Dalla serie Manigua, Il Collezionista di Storia, 2024
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Dal punto di vista etimologico, l’origine del termine «manigua» risale alla lingua dei Taíno. Si riferisce a un habitat in cui la natura è solitamente selvaggia, rigogliosa, esuberante al punto da risultare impenetrabile, e a cui è attribuita una serie di credenze soprannaturali. In senso culturale, la manigua è rito, la manigua è sincretismo, la manigua è ribellione, è guarigione e libertà.
Nella boscaglia i primi abitanti delle Antille svolgevano la loro vita quotidiana e, in seguito, gli schiavi africani vi hanno mantenuto vive le credenze religiose dei loro popoli. Durante le guerre a Cuba, la boscaglia ha offerto rifugio alle persone e la conoscenza delle piante che la popolano è stata utilizzata per curare i feriti. Tutto questo sapere ancestrale è oggi custodito nella cultura popolare, nelle mani degli «yerberos» e degli erboristi che difendono gelosamente il potenziale curativo e rituale delle piante che un tempo venivano raccolte nella boscaglia cubana.
Per me il Manigua è più di uno spazio naturale, è un concetto: è la conoscenza che mi accompagna ovunque vada e mi aiuta nella mia prassi quotidiana. La sua comprensione è così complessa che solo nell'intersezione tra immaginario, scrittura, scienza, arte e tradizione trovo la sua rappresentazione più accurata. Solo tracciando una "mappa cognitiva" riesco a ripensarla.
In questo progetto ho attinto al libro di José Seoane Gallo, il quale, all’alba di un drastico cambiamento sociale all’inizio degli anni ’60, raccolse una serie di testimonianze relative all’uso di rimedi a base di piante medicinali presenti nelle campagne cubane. Il suo obiettivo era quello di salvaguardare questa saggezza popolare, che sembrava destinata a scomparire. _Ariamna Contino




