Con l'opera di Orestes Hernández accade qualcosa di sorprendente: dopo qualche anno di riflessione, pensiamo di conoscerla, di capirla, di calibrarla, ma la verità è che non sappiamo nulla. È una carenza che non è necessariamente nostra, ma di quella che potremmo definire una “colpa d'origine”. Quando parlo di fallimento, intendiamoci, mi riferisco a trappole, a deliberati disguidi cognitivi e semantici. Perché è questo che interessa di più a Oreste: tornare al modo in cui funzionano le cose (la nostra percezione delle cose) e insistere su di esso. Allungarlo, torcerlo, spingerlo al limite fino a quando l'osso dell'artificio si manifesta nella sua rabbiosa materialità. Per poi andarsene e lasciarci nella terra di nessuno, chiedendoci chi siano tutti quegli esseri impossibili con cui ci ha abbandonato. Di questi personaggi, naturalmente, non sappiamo nulla, se non che parlano la sua stessa lingua e disdegnano categorie preziose per l'arte come la rappresentazione, la metafora, la coerenza. In questa realtà priva dei consueti appigli discorsivi, “il segreto” di una bestia alata non è altro che questo: un segreto. E come possiamo arrivare a conoscere ciò che è, per sua natura, inconoscibile?
In questa mostra abbiamo a che fare ancora una volta con il trial and error, applicando una metodologia di improvvisazione nell'approccio ai suoi dipinti e alle sue sculture. I pezzi qui raccolti, che tracciano un arco di poco più di dieci anni nel suo lavoro, ci permettono di saltare le formalità cronologiche, le tappe e le analisi circostanziali e di entrare nel corpo a corpo con queste creature che Oreste non smette di produrre. È una buona occasione per continuare a girare il dado inesauribile dell'illusione e del disagio. “Provare ancora. Fallire di nuovo. Fallisci meglio”.”